Coccoetta chi? - Coccoetta
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Coccoetta chi?

Quando ero piccola, un paio di volte l’anno, mia mamma e mio babbo mi mandavano a trascorrere qualche giorno a casa dei nonni, in paese. Era un paese come tanti, nulla di particolare, ma la grande casa in cui abitavo per pochi giorni era una miniera di misteri, segreti e posti da frugare. Offriva sempre nuove occasioni di gioco anche più interessanti dello scivolo e dell’altalena che mio nonno aveva costruito per noi nipoti nel giardino. Ecco, una trasgressione tra le più gustose era scappare e sgattaiolare in gran segreto nella stanza dove mia nonna lavorava la pasta e preparava manicaretti. C’era un grande tavolo, con la superficie in legno naturale, perfettamente levigata, sulla quale riposavano distese di ravioli o di seadas o di panadas. Era un posto fresco e quasi sempre in penombra, con le imposte delle finestre accostate, o almeno così lo trovavo io quando ci andavo di nascosto. E poi c’era il pane.

Il Pane

coccoetto

La Provvista di Pane. Croce e delizia della mia vita.

È una battaglia persa per me: non esiste alimento che io non possa accompagnare col pane, a dispetto e alla faccia di qualunque regola dietetica e culinaria. E purtroppo abito in un posto dove il pane è un elemento basilare dell’alimentazione e della tradizione alimentare di tutti. Ne esistono moltissimi tipi e da zona a zona, da regione a regione, cambiano le forme, le ragioni, i sapori, ma resta uguale la bontà.

Dal pane giornaliero a quello prodotto per durare, dal moddizzosu al carasau, dal civraxiu al pistoccu, ce ne sono moltissimi tipi, per ogni occasione e per ogni utilizzo.

Coccoetta

cesto coccoetto

Il mio pane preferito è quello di semola di grano duro: su coccoi. Quello destinato al consumo giornaliero è senza fronzoli e decorazioni, una specie di parallelepipedo un po’ grezzo, massiccio e leggermente strozzato al centro, con la crosta croccante e la parte interna compatta e liscia. Ma ci sono anche le varianti più scenografiche, decorate con tagli della pasta che durante la cottura fanno assumere al pane forme particolari, con piccoli corni sporgenti che rimangono croccantissimi (da rosicchiare per primi!). Oppure ci sono quelli per le feste, come i matrimoni o la Pasqua, che sono vere opere d’arte, con fiori e animali modellati nella pasta stessa, uova incastonate nell’impasto, forme e figure davvero elaborate e raffinatissime, che è quasi un peccato mangiarlo (quasi un peccato, ma, vi assicuro, ce la puoi fare!). Il vantaggio della versione giornaliera-basic-nofashion è che non avrete alcuna remora nemmeno in fase embrionale e puoi così gustarlo senza patemi, da solo oppure con cioccolata, frutta, salsiccia, conserve dolci e salate e, naturalmente, formaggi vari.

Su coccoi si può chiamare anche coccoetto se è di piccola taglia e coccoetta se sono io.

Quanto pane!

3 coccoetto

È difficile descrivere tutti i tipi sardi di pane e sarebbe impossibile descriverli compiutamente qui, in questo piccolo spazio. Considera che la Sardegna ha dedicato una buona parte dei terreni fertili e delle energie dei suoi abitanti alla coltivazione del grano, tanto che era considerata il granaio di Roma. Per questo esiste una letteratura varia e vasta, che descrive, studia e spiega la tradizione della panificazione locale.

Io mi limito a farti venire l’acquolina in bocca, perché da noi il pane non è solo sapore e ingredienti ma anche simbolo, che cambia a seconda dell’utilizzo, della zona e della ricorrenza.

Perciò abbiamo il pane a forma di corona, fiori, animali, palme, cuore, stella, croce, mezzaluna, disco, quadrato, rettangolo, ovale, bucato al centro oppure no, con intere scene di vita scolpite e marchi caratteristici impressi nell’impasto, che esprimono messaggi di buon augurio o di preghiera.

C’è il pane speciale, con patate, ricotta, olive, verdure, ciccioli di maiale, frutta secca, sapa, miele, zafferano, uova e uvetta; il pane ripieno, con patate e menta (coccoi prena), e le panadas, con carne di agnello, maiale, pollo, o con anguille, verdure, pomodori, piselli, zucchine…

Abbiamo il pane carasau, il più famoso, che nella versione più sottile è chiamato carta da musica, in quella morbida pane fine o spianata e, in quella più robusta, pistoccu, che si mangia bagnato in acqua o nel brodo.

Si fa un pane diverso secondo l’uso: c’è il pane giornaliero e quello delle feste, quello per la ricorrenza dei morti, quello per i matrimoni (tantissimi tipi), quello per la Pasqua (ancora di più!) e per l’offertorio in chiesa. E poi c’è il pane calendariale, per scandire alcuni periodi rituali, come giorni fino alla prossima panificazione o la Quaresima. Abbiamo anche il pane di capodanno e quello per le feste locali, per decorare le statue in processione o in chiesa. Insomma, il pane accompagna la vita quotidiana anche nei dettagli.

Per questo motivo, quando viaggio, ovunque mi capiti di andare, assaggio sempre il pane locale.

È un po’ come conoscere qualcuno del posto.

Coccoetta
Coccoetta
coccoetta@coccoetta.it