L'omicidio del marchese di Camarassa - Coccoetta
15687
post-template-default,single,single-post,postid-15687,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode-theme-ver-10.1.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0.1,vc_responsive
Camarassa_Dettaglio

L’omicidio del marchese di Camarassa

Di recente ho colto una polemica  a proposito della rimozione di un’antica lapide in via Canelles.

Secondo alcuni la lapide andrebbe rimossa, perché infamerebbe i Sardi, chiamandoli traditori.

Secondo altri invece andrebbe tenuta, perché ricorda un episodio importante della nostra Storia.

Si tratta della lapide che commemora la condanna degli uccisori del viceré di Camarassa.

Quella fu una vicenda degna di un romanzo: la conoscete? Ve la racconto io.

Camarassa_Canelles2

Tutto iniziò nella Cagliari del Seicento, per la precisione nel 1664.

In Sardegna c’era la dominazione spagnola da circa due secoli, la politica di sfruttamento delle risorse e della privazione dell’autonomia dell’isola era ormai consolidata, a dispetto delle velleità dei suoi abitanti.

La mancata costituzione di una classe dirigente sarda e la predominanza di funzionari spagnoli avevano portato al deterioramento dei rapporti tra la nobiltà e i viceré.

Il sovrano, Filippo IV d’Asburgo, ignorando le richieste provenienti dalla Sardegna perché venisse nominato un sardo a quell’incarico, mandò sull’isola don Emanuele de los Cobos, marchese di Camarassa.

Il marchese arrivò nel 1665, già ostile nei confronti della popolazione, e continuò ad opporsi alla nomina di sardi alle cariche locali. In seguito all’inasprirsi dei contrasti, il viceré sospese i lavori del Parlamento e i Sardi inviarono una delegazione in Spagna, capeggiata da don Agostino di Castelvì, marchese di Laconi, per indurre il governo a nominare esponenti sardi alle più alte cariche locali, che però fallì la sua missione.

Nel 1668 la situazione precipitò: a un mese di distanza l’uno dall’altro vennero uccisi prima il marchese di Laconi e poi il viceré.

L’opinione pubblica era convinta che il marchese fosse stato ucciso perché inviso al viceré, mentre negli ambienti di corte si diceva che il delitto aveva un movente passionale e che fosse stato organizzato dalla moglie del marchese, donna Francesca Zatrillas, per poter sposare suo cugino, don Silvestro Aymerich.

Sembriamo nel bel mezzo di un romanzo, invece è la Nostra Storia.

Il processo che seguì non arrivò alla definizione di colpevoli.

Camarassa_Canelles3

Intanto fu nominato il nuovo viceré: il feroce Francesco Tutavila, duca di San Germano.

Il duca fece subito di tutto per attribuire la colpa dell’omicidio del viceré ai Sardi e avviò un nuovo processo, forte anche del fatto che Francesca e Silvestro si erano sposati davvero ed erano fuggiti a Nizza, dimostrando così, secondo il suo punto di vista, la loro colpevolezza per l’omicidio del Castelvì.

Per catturare coloro che erano accusati dell’omicidio del suo predecessore, poi, mise in pratica un complicato piano di inganni e depistaggi che, alla fine, condusse all’arresto di alcuni di loro e alla morte di altri.

Un corteo portò da Alghero a Cagliari i prigionieri, preceduti da soldati che reggevano le teste dei giustiziati infitte in cima a pali di legno.

All’arrivo a Cagliari, si procedette all’esecuzione dei prigionieri, già privati dei titoli e dei beni, alla distruzione delle loro case. Come se tutto questo non fosse bastato,le loro teste mozzate rimasero esposte in una gabbia appesa alla torre dell’Elefante per molti anni.

Accendete la tv un giorno qualunque e ditemi se abbiamo imparato qualcosa in fatto di crudeltà ed efferatezza.

Rimane la lapide in via Canelles, al civico 32.

Camarassa_Lapide

“Para perpetua nota de infamia que fueron traydores al Rey nuestro señor don Jaime Artal de Castelvì que fue marques de Ceax, dona Francisca Cetrillas que fue marquesa de Setefuentes, don Antonino Brondo, don Silvestre Aymerich, don Francisco Cao, don Francisco Portugues y don Gavino Grixoni como reos de crimen de lesa Magestad por homicidas del Marques de Camarassa virrey de Cerdeña, fueron condenados a muerte, perdida de bienes y honores, demolidas sus casa conservando en su ruina eterna ignominia de su nefanda memoria y por ser en este sitio la casa de donde se cometiò delicto tan atroz a veynte de julio de Mil Seiscientos sesenta y ocho se erigiò este epitaphio”.

Ma tornando alla nostra appassionante vicenda e alla piccola polemica che me l’ha fatta ricordare: secondo me la lapide deve restare dov’è e deve essere restaurata e valorizzata, si tratta di una pagina della nostra Storia.

Nota a margine: proprio davanti alla lapide passa un tubo che, partendo da un balcone, si infila nel terreno. È una tristezza vedere un pezzo della Storia della Sardegna così maltrattato, non si poteva proprio fare diversamente?

Coccoetta
Coccoetta
coccoetta@coccoetta.it