San Michele: il colle, il castello, una famiglia e la loro storia - Coccoetta
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San Michele: il colle, il castello, una famiglia e la loro storia

Per anni, ogni volta che guidavo verso Cagliari, arrivando dalla SS 131, una delle prime cose che notavo della città era il colle di San Michele con il suo castello. Ogni volta mi ripromettevo di andare a vedere com’è da vicino. L’ho studiato sui libri all’università, ho letto la sua storia e la storia dei suoi proprietari più famosi e delle persone che ci hanno abitato. E poi è uno dei pochi ad essere così ben conservato, ha proprio l’aria di una fortezza inespugnabile, messo lassù a dominare tutta la terra intorno.

Finalmente mi sono decisa e per celebrare l’avvenimento sembra che abbia ordinato apposta una splendida giornata di sole (a Cagliari non è difficile) e mi incammino lentamente per la salita che porta in cima.

Il colle di San Michele è al confine tra la parte nord della città, la frazione di Pirri e il comune di Selargius e da diversi anni, sulle sue pendici, è stato realizzato un parco.

Salendo, penso a tutto quello che ho letto e studiato negli anni su questo posto.

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IL COLLE E IL PARCO

Il colle prende il nome dall’Arcangelo Michele, a cui era dedicata una chiesetta con un monastero che forse sorgevano in cima, in periodo altomedievale. È stato utilizzato nel corso dei secoli per scopi militari e di controllo del territorio, infatti domina le vie di accesso alla città, sia di terra che di mare.

In passato, il colle è stato vittima di ingenti opere di disboscamento, fino alla fine dell’Ottocento, quando l’area è stata acquistata dal marchese Roberti di San Tommaso, che non solo ha provveduto alla prima sistemazione del castello, ma anche al rimboschimento con pini e macchia mediterranea.

Il parco nel suo attuale assetto è abbastanza recente, opera di amministrazioni comunali che hanno provveduto a valorizzare l’area che ora è frequentata e piacevolmente tranquilla.

L’area è accessibile anche ai disabili ed è dotata di aree con giochi per bambini o dedicate ai cani, un percorso benessere, servizi e un punto di ristoro panoramico. Si passeggia tranquilli nei viali sterrati o lastricati e circondati da alberi o nei prati curati e silenziosi. Mi riprometto di riposarmi un po’ su quell’erbetta, prima di andare via, dopo il mio giro.

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IL CASTELLO

Arrivati in cima, a piedi o con l’ascensore, si gode davvero di una vista mozzafiato.

Ho passato un sacco di tempo ad ammirare il panorama, riconoscendo tutti i luoghi della città e dell’entroterra o verso il mare.

Ma, ovviamente, a contribuire alla meraviglia è soprattutto il castello di San Michele.

È visibile da ogni punto della città e “guarda”, a sua volta, tutto ciò che ha intorno, per terra e per mare, tutto il golfo degli Angeli, da Pula a capo Carbonara, e tutta la pianura a nord; la vista spazia fino al castello di Siliqua e si capisce chiaramente l’importanza strategica che questo sito aveva in passato e la rete di controllo del territorio di cui certamente faceva parte.

Il castello fu costruito dai pisani nel XIII secolo e poi, nel XIV secolo, dopo la conquista del Regno di Sardegna da parte degli Aragonesi, fu concesso alla potentissima e temutissima famiglia Carroz.

Durante la peste del Seicento fu trasformato in lazzaretto e rimase luogo di ricovero per molto tempo.

Alla fine dell’Ottocento fu restaurato da Dionigi Scano, su commissione del marchese di San Tommaso.

In seguito ospitò anche la stazione radiotelegrafica della Marina Militare, prima di diventare lo spazio espositivo che è oggi.

Il castello ha una pianta quadrangolare, con tre torri, risalenti a epoche diverse del medioevo, muri di rinforzo “a scarpa” e un fossato che lo circonda. Originariamente infatti era accessibile solo attraverso il ponte levatoio che permetteva di oltrepassarlo.

Ha subito moltissime modifiche e manomissioni nel corso dei secoli e attualmente è adibito a museo per esposizioni temporanee.

Al suo interno, resti di mura e cisterne sotterranee sono ingabbiate in una struttura ipermoderna in metallo nero, che divide lo spazio su due piani e contrasta fortemente con gli elementi più antichi e originali.

Secondo me, l’insieme stride un po’, ma forse sono io che non ho saputo apprezzare l’accostamento tra la struttura interna così moderna e l’impianto medievale del castello, mentre ho gradito l’esposizione che, secondo me, si armonizza con il contesto e crea un effetto spazio-temporale d’impatto.

Il fatto è che per me il castello di San Michele resterà sempre la dimora dei Carroz e soprattutto di Violante (fra poche righe vi spiegherò perché) e infatti la sua fama e la sua storia sono legate in modo indissolubile a questa famiglia.

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I CARROZ

I Carroz, una delle famiglie più potenti e temute della feudalità sarda, ebbero in concessione il castello nel 1325, con l’ordine di restaurarlo e fortificarlo. Il primo a entrare in possesso del Castello fu Berengario II e battezzò il castello col nome di Bonvehì, cioè “buona vista”. Immaginate cosa doveva essere allora il panorama, senza nulla di ciò che si vede ora, a parte il Castello di Cagliari e le sue pendici.

Ad ogni modo, i Carroz fecero del castello di San Michele la loro principale residenza sull’isola e lo abitarono fino al Cinquecento, cioè fino alla morte dell’ultima discendente della famiglia, Violante III.

Erano una famiglia molto ricca, molto legata ai sovrani e molto invisa alla popolazione locale.

Giunsero in Sardegna nel 1323 al seguito dell’Infante Alfonso d’Aragona, incaricato di conquistare per primo il Regno di Sardegna, creato sulla carta da Bonifacio VIII nel 1297. Il sostegno militare e finanziario che offrirono ai regnanti d’Aragona nella conquista dell’isola li rese beneficiari di grandi feudi e grande considerazione da parte della Corona.

La famiglia si divise in due rami, i Carroz di Quirra e quelli di Arborea, che nel corso dei secoli ebbero alterne vicende e i primi furono proprio coloro che presero possesso del nostro castello.

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VIOLANTE

Credo che a tutti coloro che hanno studiato storia della Sardegna sia rimasta impressa più di tutti l’ultima dei Carroz, Violante, che passò alla storia con l’epiteto di Sanguinaria, ma che forse fu solo una donna sfortunata.

Maria Mercè Costa, nel suo libro Violante Carròs, la contessa dissortada, la definisce infatti proprio così, sfortunata, provata da una sorte avversa e da una vita affettiva dolorosa, e io sono d’accordo con lei.

Leggete che storia e ditemi se non ho ragione.

Figlia di Giacomo II Carroz e Violante de Centelles, Violante rimase orfana di madre già da piccolissima e fu amorevolmente allevata dal padre, che a sua volta morì e la lasciò sola all’età di 13 anni.

Non potendo amministrare direttamente i suoi possedimenti, finì sotto la tutela del ramo d’Arborea della famiglia, che cercò sempre e in ogni modo di spodestarla.

Si sposò per due volte, rimandendo vedova in entrambi i casi. Fu coinvolta nella misteriosa morte del suo confessore. Pur di annientarla, la famiglia la accusò di stregoneria e tentò perfino di privarla della custodia dei suoi figli, che, in ogni caso, non le sopravvissero. Anche i suoi sudditi di Cagliari non l’amavano e dovette misurarsi anche con loro.

Violante dovette lottare molto duramente e per moltissimi anni contro i tentativi di usurpazione dei suoi diritti da parte dei tutori.

La nostra contessa trascorse i suoi ultimi anni nel convento di San Francesco di Stampace, ormai distrutto, a cui lasciò parte delle sue rendite, che furono versate dalla sua morte, avvenuta intorno al nel 1510, fino alla soppressione dell’ordine religioso, nell’Ottocento. I suoi resti andarono perduti e il suo sarcofago venne ritrovato casualmente e riconosciuto solo nei primi anni del Novecento da un privato che, dopo averlo acquistato, riconobbe lo stemma dei Carroz e lo fece analizzare dal noto archeologo Giovanni Lilliu, allora giovanissimo, che gli restituì identità e dignità. Oggi il sarcofago è conservato nel cimitero di Decimomannu.

Pare che lo spirito di Violante vaghi ancora nei luoghi del Convento e nel castello.

Nonostante sia passata alla storia come Violante la Sanguinaria, a me piace pensare che invece sia stata una donna emancipata, nonostante tutto, che lottò per i propri diritti e la propria indipendenza.

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