Su Nuraxi: 3500 anni e non sentirli - Coccoetta
15747
post-template-default,single,single-post,postid-15747,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode-theme-ver-10.1.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0.1,vc_responsive
Barumini_Su Nuraxi

Su Nuraxi: 3500 anni e non sentirli

Tutti, più o meno, conoscono i nuraghi sardi. Edifici costituiti da una o più torri, edificati con enormi pietre, senza l’ausilio di malte o leganti, spesso a scopo difensivo, in contatto visivo tra loro, per costituire una rete di controllo o di comunicazione.

Sono oltre 6000 quelli censiti in Sardegna e il più rappresentativo ed importante è quello di Barumini, Su Nuraxi.

Questo è uno dei posti dove porto gli amici che vengono a trovarmi, perché mi piace vedere le loro facce stupefatte.

IL TERRITORIO E GLI SCAVI

Su Nuraxi sta a 238 metri di altezza, nelle vicinanze del paese di Barumini, in Marmilla, in un territorio collinare (mammilla, collina, da qui il nome, come quella sulla cui cima sta il castello di Las Plassas, nella foto qui sotto). Questo territorio un tempo era in parte coltivato a cereali e in parte dedicato al pascolo, ricco di boschi in cui abitavano cinghiali e cervi e dove si trovavano fonti di acqua potabile, ed era popolato dai tempi più antichi della nostra storia.

Panorama sulla Marmilla da Su Nuraxi

La prima notizia della presenza del nostro nuraghe risale alla prima metà dell’Ottocento, ma bisognerà aspettare quasi un secolo per iniziare a vederlo riaffiorare, a cura di Giovanni Lilliu, insigne archeologo sardo, che nel 1940 fece il primo vero scavo e negli anni ’50 lo riportò alla luce, facendolo conoscere al mondo intero.

LA STORIA E LA STRUTTURA

Su Nuraxi era, in origine, una torre di blocchi di basalto, con tre camere sovrapposte, risalente al 1500 circa a.C., che in seguito venne fortificata con una cinta muraria, dotata di 4 torri collegate da un cortile e un ballatoio. Col passare del tempo, intorno alla struttura centrale, furono edificate altre tre torri e si costituì un villaggio. Le capanne, tutte a pianta circolare, come le torri e il nuraghe, inizialmente avevano un’unica camera ma poi furono dotate di più ambienti.

Intorno al 1000 a.C. però, la struttura subì gravi danni e fu oggetto di restauri e lavori di consolidamento, con la costruzione di altre torri, l’innalzamento dell’ingresso a 7 metri di altezza (esattamente quello che ora si utilizza per accedere al corpo centrale) e l’ampliamento del villaggio, con capanne più articolate all’interno (ci sono addirittura delle camere per gli ospiti!). Proprio di questo periodo, è notevole la capanna delle assemblee, al centro della quale è stato trovato un modellino di nuraghe che ora è conservato nel museo di Casa Zapata.

Alla fine dell’ VIII secolo a.C. però, il complesso fu distrutto e abbandonato, per poi risorgere dopo circa un secolo, con nuove strutture e forme e cadere definitivamente in rovina in età punico-romana, tra il V e il III secolo a.C.

Il tempo e gli agenti atmosferici hanno provveduto e proteggerlo, coprendolo di terra e vegetazione ed è così che la reggia è arrivata fino ai nostri giorni: fingendosi un piccola collina.

LA VITA NELLE COSE

Camminare nelle strettissime vie del villaggio ed entrare nel nuraghe, attraverso l’ingresso originario, quello a 7 metri di altezza, nelle torri e nel cortile con il pozzo è stato come fare un viaggio affascinante nella storia umana, economica e tecnologica della nostra terra (e non vi dico le facce stupefatte degli ospiti!).

Eh, sì, perché gli scavi hanno riportato alla luce elementi davvero sorprendenti.

Pensate che il villaggio era dotato di pozzi per l’approvvigionamento pubblico di acqua e di un impianto fognario, di scoli per le acque piovane e lo smaltimento delle acque domestiche e cisterne per la conservazione di cibi al fresco.

Le parti sopraelevate degli edifici erano in marna, una pietra chiara, porosa, molto più leggera del basalto, e le scale in legno e corda.

Le case avevano ambienti di rappresentanza, come la sala delle riunioni di cui vi parlavo prima, camere per gli ospiti e per le varie occasioni della vita quotidiana e istituzionale, giacigli, armadi, sedute interne, focolari e forni.

Inizialmente tutto era costruito a secco, ma in seguito si fece uso anche di malte, per legare i blocchi da costruzione, più piccoli, delle case e si isolarono gli ambienti con rivestimenti in sughero (non abbiamo proprio inventato nulla!).

E che dire di tutti gli oggetti ritrovati, che ci rivelano la vita pubblica e privata di una piccola comunità così lontana nel tempo ma così evoluta.

Ciotole, vasi, lucerne, tegami in ceramica; macine e pestelli in pietra; schegge di ossidiana, armi, utensili, suppellettili ornamentali e gioielli in metallo, legno, avorio e bronzo.

L’alimentazione degli abitanti di Su Nuraxi era prevalentemente vegetariana, si coltivavano e si consumavano cereali, legumi e tuberi, frutta e ghiande, nonostante i ritrovamenti di ossa di vari animali, allevati soprattutto per i prodotti e il lavoro, il mare era lontano e quindi si mangiava anche poco pesce. Si mangiava, però, un pane cotto sulla pietra o nei forni, tipo il carasau.

Si filavano la lana e il lino, si portavano abiti cuciti e scarpe.

All’interno di Su Nuraxi lavoravano pellettieri, fabbri, carpentieri, falegnami e tagliatori di pietre; c’erano cantieri veri e propri.

L’economia era di sussistenza ma fioriva anche un po’ di commercio.

LA VISITA

Durante la visita sono salita e scesa per scale talvolta molto impervie e passaggi strettissimi, ho visitato ambienti angusti e bui che portano al cortile in cui la luce la fa da padrona, ho visto i segni degli scavi e dei restauri, e colto dettagli di vita quotidiana, come la pietra per la macinatura dei cereali al centro di una capanna (tipo quella della foto sopra), potevo immaginare il movimento della popolazione raccolta nel villaggio e quasi mi pareva di sentirne il brusìo.

Su Nuraxi è gestito dalla Fondazione Barumini e si può visitare solo con l’accompagnamento delle guide, peraltro bravissime, che vi accompagneranno in questo viaggio nel tempo, in cui si capisce che, o si è esperti, o si perdono mille informazioni che invece è importante sapere, per apprezzare appieno il sito, e che rendono emozionante e davvero istruttiva e interessante la visita.

Si parcheggia facilmente, il biglietto costa 11 Euro e l’ingresso comprende anche il museo di Casa Zapata, che contiene gli scavi del Nuraxi ‘e Cresia, oltre ad alcuni reperti rinvenuti a Su Nuraxi durante gli scavi, e il Centro Giovanni Lilliu, dove potrete vedere il plastico del nuraghe originario.

Se sarà estate munitevi di copricapo e crema solare, altrimenti proteggetevi dal vento, ma sempre scarpe comode e mai troppo bagaglio, vi impaccerebbe nei passaggi strettissimi all’interno e nelle scale ripide per l’accesso al cortile.

Usufruite degli ingressi combinati e farete un viaggio emozionante nella nostra storia antica, che vi farà venir voglia di approfondire le vostre conoscenze e di visitare altri siti altrettanto misteriosi e affascinanti.

Io, per esempio, a parte il divertimento per le facce stupefatte che vi dicevo prima, quando sono tornata a casa, ho fatto una piccola ricerca bibliografica e ho letto un libro, scritto da Giovanni Lilliu e Raimondo Zucca, edito da Delfino nel 2005, che si chiama proprio “Su Nuraxi di Barumini“, che mi ha insegnato un sacco di cose su questo sito.

E comunque, andateci, concedetevi una giornata all’aria aperta, godetevi questo monumento, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, godetevi il vento, il panorama, il racconto delle guide, la Nostra Storia.

E non dimenticate che siete a due passi da Pauli Arbarei, dove misteriose luci danzano nel cielo, al tramonto, ma questa è un’altra storia.

 

Coccoetta
Coccoetta
coccoetta@coccoetta.it